mercoledì 4 gennaio 2017

L'anno che verrà...per l'ambiente




Il 2016 è stato l’anno più caldo della storia – almeno da quando si rileva la temperatura con criteri scientifici –, come ha riportato il Rapporto dell’agenzia meteo dell’ONU per la Cop22 (nonostante il negazionismo climatico del neo Presidente Usa Donald Trump…). Le principali cause sono, da una parte, l’intensa corrente proveniente dal Pacifico sudorientale chiamata El Nino; dall’altra, l’intensificarsi delle attività antropiche.



150 anni di "ecologia"


Inoltre, l’ambiente in Italia fa notizia, anche se la stampa è ancora poco green. È il dato che abbiamo commentato qualche articolo fa, analizzando il Rapporto 2016 “L’informazione ambientale in Italia”, promosso da Pentapolis Onlus, in occasione del 3° Forum nazionale “Ambiente tra informazione, economia e politica”.


Sono notizie poco confortanti, a maggior ragione proprio nell’anno che celebra i 150 anni dell’ecologia. Infatti, era il 1866 quando il biologo tedesco Ernst Haeckel coniò il termine “ecologia” per designare quella disciplina che studia gli esseri viventi nel loro rapporto con l’ambiente. Una parola che negli anni a venire ha assunto una valenza notevole, fino a diventare il concetto chiave della tutela ambientale e dell’equilibrio con la natura. Ne ha parlato, tra gli altri, Alberto Basset, presidente della Federazione delle Società Europee di Ecologia, su Radio3.


Verde speranza

Tuttavia, ci sono state anche delle buone notizie sul fronte della sostenibilità ambientale. Una di queste è che la green economy italiana è fra le migliori in Europa, come rileva Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, nella Relazione sullo stato della Green Economy 2016.

Cosa ci riserverà, infine, l’anno nuovo? Per esempio, il quotidiano La Stampa ci informa che Pantone – l’azienda leader nella gestione dei colori nel mondo dell’industria e della chimica – ha eletto il “greenery” come colore del 2017. Si tratta di una tonalità che mischia il verde e il giallo simboleggiando una filosofia “ambientalista”.

Certo, vestirsi di verde non sarà affatto necessario per arrestare il cambiamento climatico. Ma può essere un segnale del cambiamento di mentalità della società.

lunedì 5 dicembre 2016

L'Austria dice sì al Presidente verde

Mentre in Italia ha vinto il NO al referendum costituzionale, e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha annunciato le dimissioni, nella Repubblica Austriaca è stato eletto un professore ecologista.



“È davvero un giorno storico”, hanno commentato i copresidenti del partito dei Verdi europeo Reinhard Butikofer e Monica Frassoni. “Vincono europeismo e solidarietà”, sono state le prime parole di Alexander Van der Bellen, il candidato dei Verdi diventato il 9º Presidente della Repubblica Austriaca, dopo aver conquistato il 53% di voti. 


Il Presidente “sostenibile”

L’anziano professore ecologista è stato eletto durante la ripetizione del ballottaggio svoltosi il 23 maggio scorso, che Van der Bellen aveva già vinto, ma che era poi stato annullato quest’estate per irregolarità procedurali nello spoglio dei voti per corrispondenza. Lo sconfitto è Norbert Hofer, populista ultranazionalista ed euroscettico appartenente al partito di estrema destra xenofobo, che aveva anche lanciato l’ipotesi di una Oexit, cioè l’uscita dell’Austria dall’Ue. 
Ha vinto invece un figlio di profughi, poiché entrambi i genitori - padre russo di origine olandese e madre estone - emigrarono in Tirolo, all'epoca parte del Reich tedesco dopo l'invasione dell'Estonia da parte dell'Unione Sovietica nel 1940. Van der Bellen è così cresciuto nel Kaunertal, la splendida valle incastonata tra le montagne tirolesi. A Innsbruck inizia la sua carriera accademica come professore di Economia. A Vienna entra in contatto con la politica: prima coi socialdemocratici, in seguito si aggrega al movimento ecologista in occasione delle proteste del 1984 contro una centrale nucleare sul Danubio.



Le reazioni sui social

Van der Bellen, il presidente “sostenibile”, è inoltre portavoce di un'idea di Europa multiculturale e tollerante, sostenendo la solidarietà come risposta alla crisi dei migranti. Esponente dello schieramento progressista, rappresenta perciò il politico che può fermare l’onda lunga di Trump e della Brexit. 

La notizia ha rimbalzato sui social network. Su Twitter Monica Frassoni, Co-Presidente del Partito Verde Europeo, ha cinguettato: “Vince #VanDerBellen #austria verde! Ma anche libera, tollerante, aperta, allegra!!”. Anche Paolo Gentiloni, nostro Ministro degli Esteri e della cooperazione internazionale, ha espresso il suo parere positivo: “La vittoria di #VanDerBellen in Austria è davvero una bella notizia per l'Europa”. “Spero che Renzi vinca il Referendum”, aveva invece auspicato il neo presidente austriaco. Come sappiamo, per il referendum costituzionale italiano è andata diversamente.

martedì 29 novembre 2016

Benvenuti a Italia: città fantasma della Florida

Esiste un'Italia negli Usa. E non si tratta di Little Italy, e nemmeno delle comunità di connazionali emigrate – magari da generazioni – nel Nuovo Mondo, che ogni anno celebrano il Columbus Day per ricordare la Madre Patria – magari ancora baciando le mani a qualche padrino. Si tratta invece di un villaggio situato nella Contea di Nassau, nello Stato della Florida.


In realtà, non è una città vera e propria, ma un cosiddetto census-designated places, che sta per "area non incorporata", ossia un posto che a differenza di city, town e villagenon possiede un modello amministrativo legalmente riconosciuto. Adesso Italia è pressoché un non-luogo: ma vanta una storia che merita qualche cenno.



L'Italia d'America


Italia fu fondata nel 1882 da un imprenditore di origine irlandese chiamato William MacWilliams, che scelse quel nome perché la località ricordava il Bel Paese, in virtù del suo clima temperato e della forma peninsulare della Florida, non a caso soprannominata all'epoca "L'Italia d'America".

Precisamente, il sito si trovava al 18º miglio della Florida Transit Railway. Il proprietario della ferrovia, un certo senatore David Yulee, persuase MacWilliams a erigere in quel punto una fabbrica di mattoni, promettendo di comprare subito un milione di laterizi.

Così a Italia spuntarono oltre all’impianto anche un deposito, un ufficio postale e un emporio. Il piccolo villaggio iniziava a svilupparsi economicamente, tant’è che l’anno successivo, tale Nathan Levan edificò uno stabilimento di scandole in legno per tetti, e tale Andrew Higginbotham vi realizzò una segheria. Il risultato è che nel 1885 il sobborgo Italia vantava oltre 100 abitanti.




Fine della corsa


Le attività economiche del villaggio iniziarono piano piano a brulicare. Nel 1905 Thomas Shave vi si trasferì dalla Georgia per costruire una distilleria di trementina, una resina particolare che si ottiene dall’incisione di un albero. In seguito Shave lasciò la fabbrica al figlio di Higginbotham, quello della segheria e, in pochi anni, la trementina divenne il prodotto tipico di Italia.


Tuttavia, la principale fonte di ricchezza di Italia rimaneva sempre la vecchia ferrovia, grazie alla quale i manufatti locali raggiungevano i mercati. Finché, intorno al 1920, la tratta dei binari fu deviata, tagliando fuori Italia. Perciò, le attività produttive furono costrette a serrare i battenti, o a trasferirsi in zone migliori. Un ultimo tentativo di rianimare l’economia di Italia fu tentato negli anni ’30, quando venne realizzata la State Route 200, la nuova superstrada parallela alla ferrovia. Ma ormai era troppo tardi: il sogno della piccola Italia era già sfumato; essa andava ad aggiungersi alle altre ghost town d’America.


venerdì 18 novembre 2016

Bob Dylan, Nobel della...comunicazione ambientale?

Oramai è diventata virale la notizia del “gran rifiuto” di Bob Dylan (nato Robert Allen Zimmerman) ai “parrucconi” di Svezia. Così, se la consegna del Nobel al menestrello del rock già aveva acceso un vivace dibattito tra apocalittici e integrati sulla musica come forma di letteratura, adesso la vicenda si è fatta ancora più scottante.
Proprio nel momento in cui il miliardario Donald Trump – secondo il quale il cambiamento climatico risulta nientepopodimeno che una “cavolata” – pare allora interessante indagare il contributo di Dylan, se non alla letteratura più alta, per lo meno alla comunicazione ambientale.


Il La del movimento ecologista Usa

Effettivamente, l’epoca in cui Dylan ha iniziato la sua carriera artistica ha dato, per così dire, il La al movimento ecologista statunitense, amplificando i malumori del periodo. Durante i cosiddetti Sixties, infatti, la gente incominciò a sperimentare modelli di vita alternativa più vicini alla natura, grazie anche al fatto che alcuni temi ambientali furono introdotti al grande pubblico dalle canzoni di Pete Seeger, Jimi Hendrix, Joni Mitchell e, appunto, Bob Dylan.

Nel 1963, per esempio, Dylan incise A Hard Rain’s A-Gonna Fall, dove viene toccato il tema del rapporto tra uomo, tecnologia e natura. Il brano diede voce alla paura diffusasi tra le persone a causa della corsa agli armamenti atomici. In questo caso, Bob Dylan riuscì a fondere in un nuovo prodotto di massa, destinato al mercato discografico, la popular music e la canzone di protesta a stelle e strisce.


Aria tossica a casa nostra  

Già dai primi versi del pezzo si respira una sensazione di olocausto atomico, descrivendo le malefatte nucleari degli uomini contro una natura incontaminata. L’immagine di un paesaggio di morte e desolazione stride perciò con la dolce armonia degli accordi di chitarra. Il cantautore, in altre parole, intravide i pericoli insiti in certe attività umane, che mettono a repentaglio la salute del pianeta (e dell’uomo stesso ovviamente), comunicando con note e parole la tetra visione di un futuro incerto per la sopravvivenza dell’ecosistema terrestre – la nostra Home Sweet Home.
E cosa succederebbe, allora, se ci risvegliassimo e scoprissimo all’improvviso che il futuro cantato da Dylan assomiglia al nostro presente? La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento…



mercoledì 9 novembre 2016

Syria (1° novembre 2016)


Fuori ci sono le bombe
e io non ho più casa.
Solo pietre e detriti,
macerie di cielo e sogni infranti,
petali arrugginiti e brandelli di versi sbiaditi.
Non esiste più un dentro e un fuori,
notte e giorno, un alto e un basso,
un giusto e sbagliato.
Il fumo copre il sole e le stelle,
le nuvole salgono dalla terra
e il fuoco esplode in tramonti di sangue e fango
su questa mezza luna sterile.
Corpi accartocciati 
e urla incastrate nel cemento,
tra ferro cartucce e mortai.
Il vento puzza di gasolio
e porta sabbia del deserto
e frammenti di conchiglie 
dalle spiagge dorate,
insieme ai cristalli di sale delle rocce amaranto
e ai canti dipinti dalle onde del mare,
e foglie e danze e spezie.

Qui ci sono le bombe
e io non ho più casa.
Qui c’è la guerra
e io non ho più pace.
So che nella notte
i fiori risorgono 
per brillare di luce e rugiada,
come verdi diamanti,
gemme di silenzio.

martedì 1 novembre 2016

In guerra per amore di Pif: la “iena” che ride e commuove

Il sentimento che tutto move, e la più ignobile delle nefandezze umane. Come si può portare l’amore nel bel mezzo della guerra? Solo un ingenuo sognatore come Pif (al secolo Pierfrancesco Diliberto: regista, attore, conduttore televisivo e radiofonico) poteva riuscirci.

In guerra per amore è il suo secondo (capo)lavoro, dopo l’altrettanto più che riuscito La mafia uccide solo d’estate (recentemente trasportato in formato serie tv dalla Rai). Il Peter Pan dello schermo italiano dimostra nuovamente la sua intelligente bravura e le sue doti artistiche, presentando un importante episodio della storia nostrana – la “liberazione” della Penisola per mano dell’esercito statunitense – in una chiave pedagogica ma non didascalica, toccante ma non patetica.


Ciò che, più di ogni altra cosa, è apprezzabile dello stile di Pif è senz’altro la capacità di parlare al Pubblico con la “P” maiuscola, nel senso che riesce a comunicare attraverso un registro linguistico fruibile da un ampio spettro di spettatori – che sono poi i paganti ai botteghini che tengono in vita i cinema e il cinema. Tuttavia, senza strizzare l’occhiolino al becero populismo qualunquista. Anzi, il suo è un cinema impegnato civilmente e politicamente, nell’originaria accezione del “vivere insieme”.

Il film è allora una commedia drammatica, in grado di smuovere le coscienze della platea, incastrando abilmente scene divertenti e momenti tragici, battute ironiche e fotogrammi colti (vedi la messinscena della celebre fotografia di Robert Capa, scattata proprio in Sicilia nel 1944. Oppure la fine del duce Benito Mussolini, il quale finisce appeso a testa in giù sullo stendibiancheria di un davanzale, condannato dall’esasperazione di un popolo illuso e affamato).


La famosa fotografia di Robert Capa a Troina, in Sicilia:
un contadino mostra a un soldato americano la direzione presa dai tedeschi. Da http://www.comune.troina.en.it/robert_capa.html 

Il Testimone di MTV documenta così una testimonianza poco nota della storiografia tricolore: la commistione tra mafia e Yankees nella ricostruzione post bellica. Creazione e distruzione. L’Italia si costruisce grazie all’aiuto dei forestieri americani, mentre viene disfatta da quegli italiani fantocci, manovrati come pupi dai connazionali emigrati padrini d’oltreoceano.

Il racconto della cinepresa segue perciò le gesta coraggiose e le scelte esemplari di uomini e donne che hanno cercato stoicamente di salvare il nostro Paese dalle malefatte della criminalità, organizzata o meno. Vengono poi toccati di lato vari temi, come l’omosessualità in un epoca (…) dov’era un tabù; la condizione femminile e la questione meridionale, oltre ai tic e ai vetusti problemi del Sud della Stivale.

L’amore per Flora, l’adorata del protagonista, diventa così ardore per la patria, ma spogliata di ogni nazionalistico e sciovinistico decoro militare. Insomma, un film patriottico e non patriottistico, che proietta ideali privi di ideologia.


In conclusione, Pif si cala ancora una volta nella parte del sempliciotto ragazzo di campagna, con quel sorriso un po’ scimunito, e quell’espressione un po’ così, ma con gli occhi che brillano e il cuore grande, capace di modellare plasticamente i lineamenti della maschera facciale delle persone facendole ridere, piangere, comprendere, agire. Per il Bene, la Pace, la Libertà e la Giustizia di questa Terra.

Fabio Dellavalle



lunedì 31 ottobre 2016

Al Forte di Bard assegnati gli Oscar della comunicazione ambientale

I vincitori del Premio AICA 2016 per la comunicazione ambientale






Il 28 ottobre, al Forte di Bard, hanno sfilato le “star” della comunicazione ambientale, come Paola Maugeri (Virgin Radio e MTV) e la Banda Osiris (musica, teatro, cabaret).

La Banda Osiris per la categoria “Comunicare con i cittadini (attraverso la musica) fa bene all’ambiente”; il Kyoto Club per la categoria “Comunicare i cambiamenti climatici”; Alex Zanotelli per la categoria “Premio alla Carriera Beppe Comin”. Ecco i vincitori del Premio AICA 2016per la Comunicazione Ambientale.

La cerimonia finale si è svolta venerdì 28 ottobre al Forte di Bard. Durante le serata sono stati svelati i nomi degli “Oscar della Comunicazione Ambientale”, ossia personalità, organizzazioni o campagne comunicative che si sono distinte per aver divulgato in maniera efficace le complesse questioni ecologiche.
La giuria ha scelto la Banda Osiris, per la sua formidabile capacità di divulgare le problematiche ambientali in maniera ironica e intelligente attraverso i suoi spettacoli itineranti, utilizzando gli strumenti non solo musicali, ma anche quelli del teatro e del cabaret. I rocamboleschi artisti hanno regalato al pubblico la loro simpatica e contagiosa bravura tecnica.
Il Kyoto Club, invece, rappresentato dalla responsabile dell’area comunicazione Clementina Tagliento, è stato premiato per aver promosso efficaci iniziative di sensibilizzazione nei campi dell’efficienza energetica, dell’utilizzo delle rinnovabili e della mobilità sostenibile, organizzando azioni volte ad arginare l’impatto del climate change.
Il riconoscimento alla carriera, infine, è stato assegnato ad Alex Zanotelli, missionario impegnato a livello sociale e ambientale, ispiratore e fondatore di diversi movimenti tesi a creare condizioni di pace e di giustizia solidale nel mondo. Ha contribuito al volume Curare Madre Terra. Commento all'enciclica “Laudato si'” di Papa Francesco. Ha ritirato il premio Claudio Crimi, altro padre comboniano, che è intervenuto sui problemi dell’acqua pubblica e dell’emergenza idrica.
Ospite d’eccezione dell’evento è stata Paola Maugeri: nota speaker radiofonica su “Virgin Radio”, autrice e conduttrice di programmi televisivi. La dj e vj siciliana ha raccontato ai presenti il suo esperimento ecosostenibile (poi diventato libro), La mia vita a impatto zero. Il progetto consisteva in una serie di azioni virtuose – per la Terra e il benessere dell’umanità –, allo scopo di riflettere sul consumismo e sul mercato che governa il nostro pianeta. Vegana da molti anni, Paola Maugeri ha scritto libri come Alla salute! e Las Vegans.
Inoltre, un piccolo ma significativo esempio “dal basso”, per il loro metodo di lavorare la terra nel rispetto della natura, è arrivato dal Collettivo Agricolo "LA TERRA CHE RIDE”. Si tratta di un gruppo di contadini Valdostani, che si è posto l’obiettivo di promuovere e valorizzare un modo nuovo di coltivare, per produrre frutti bio e a km0, OGM e chimica free, che propongono al mercato contadino, o durante incontri come il baratto e l’aperitivo condiviso.
Un momento simpatico è stato pure il lancio del contributo video dell’artista hawaiano Jack Johnson, il quale ha salutato e ringraziato gli amici italiani di AICA per averlo candidato come finalista al premio.
Al 1° CLASSIFICATO di ogni categoria è andato un albero da frutto di tre anni da
piantumare. Il riconoscimento è stato scelto in relazione alla natura del Premio, legato appunto alle tematiche ambientali. L’albero, infatti, rappresenta un simbolo concreto della vita sul pianeta Terra, che deve tornare ad essere un orto o un giardino dell’umanità. D’accordo con il celebre aforisma di Nelson Henderson: “Il vero significato della vita è quello di piantare alberi, sotto la cui ombra non prevedi di sederti”.

A tutti i FINALISTI sono state poi consegnate le confetture prodotte dall’Azienda Agricola ERICA di Alba (CN), realizzate con erbe spontanee e la frutta nata dagli alberi di Montelupo Albese. In aggiunta, oltre a una pergamena incorniciata, è stato abbinato il libro Prodotti di nicchia di Langhe e Roero (L’artistica editrice), scritto da Roberto Cavallo in collaborazione con la Cooperativa ERICA. All’insegna dello sposalizio tra cultura e natura, e della biodiversità.